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IL CAFFÈ GRECO VITTIMA DI UN “CORTOCIRCUITO” TRIBUNALIZIO.

Italia Nostra Roma
Pubblicato in Comunicati Stampa · Giovedì 11 Set 2025 · Tempo di lettura 4:15
Tags: CaffèGreco
SIA SCONGIURATA L’IMMERITATA FINE DI UN BENE CULTURALE UNICO NEL PANORAMA SOCIALE STORICO IDENTITARIO DELLA CITTÀ DI ROMA E DEL SUO PATRIMONIO IMMAGINARIO

L’annosa e penosa questione del Caffè Greco sembra non avere fine; forse ancor più preoccupante, sembra avere l’immeritata fine che non ci aspettavamo: la sua chiusura.
Con il coacervo di leggi amministrative, civili e penali che ci ritroviamo è infatti possibile tutto ed è possibile anche chiudere definitivamente un “Bene Culturale”, determinato tale non solo dall’evidenza di una secolare storia, ma anche espressamente dai decreti delle competenti Autorità del MIC che hanno prescritto la sua permanenza. Questo era il fine del vincolo a suo tempo istituito che è stato confermato nell’ultimo aggiornamento emanato dal Ministero della Cultura nell’agosto scorso.

E invece, cosa succede a Roma? Succede che in una specie di “cortocircuito” giudiziario, quel che doveva essere un bene intoccabile e duraturo senza i limiti di tempo – nell’interesse dell’intera comunità cittadina - cessa di esistere.
Tre, com’è noto, sono le entità presenti sul campo: 1) la “società Antico caffè Greco”; 2) l’Ospedale Israelitico; 3) il Ministero della Cultura.
La società che gestisce il Caffè Greco è la sola titolata – in quanto proprietaria del marchio e della collezione d’arte senza la quale, diciamolo chiaramente, il “Caffè Greco” non sarebbe tale – a esercitare quella specifica attività tutelata.
L’Ospedale Israelitico è l’ente proprietario dell’immobile di via Condotti che vorrebbe sfrattare l’affittuario per motivi per noi insondabili a meno che in questo dominio della società mercantile non si abbia certezza di poter ottenere più soldi introducendo società commerciali più “griffate” di uno storico e polveroso caffè di letterati.

Il Ministero della Cultura è tuttavia cosciente del problema sollevato dalla contesa, e non può che schierarsi con il Diritto dei Beni Culturali e quindi fare in modo che “Caffè Greco” non sia disperso e nemmeno chiuso. Un Bene Culturale che non assolva alla sua quotidiana funzione è infatti un gravissimo strappo agli obblighi di vigilanza che competono alla Soprintendenza e dunque al “Dipartimento della Tutela”. E dunque allo stesso Ministro.

Ma cos’è successo?
È successo che l’Ospedale Israelitico ha intrapreso una nuova azione legale che ha portato a qualche “distratta” conseguenza. Se n’è infischiato dell’ultima sentenza del TAR Lazio che ha stabilito, non potendo diversamente fare, il diritto all’esistenza dell’Antico Caffè Greco. Ha infatti semplicemente depositato un’istanza di “sfratto” all’ufficio del Tribunale di Roma, preoccupandosi della sua esecuzione. Come se quell’immobile fosse solo: quattro mura in un bel posto, ma sempre solo quattro mura! Lo stesso ufficiale giudiziario che, seduta stante, ha preso visione delle sentenze e dei pregressi ha dovuto poi rinviare il procedimento alla fine di questo mese di settembre.
A novembre si attende una definitiva sentenza nel giudizio proposto dal Ministero contro la convalida dello sfratto oltre che dai dipendenti che perderebbero il posto, ma già se ne vuole anticipare l’effetto istruendo più semplicemente la decisione del giudice.

Italia Nostra si è occupata per lungo tempo della questione, richiamando il Ministro ed i suoi organi dirigenziali a provvedere in tempo a un ripianamento della questione, sollevando l’attenzione sul fatto che si sta legittimando la distruzione di un Bene Culturale per semplice distrazione o, meglio, per irragionevolezza. Abbiamo infatti chiesto, come appunto non potrebbe accadere ad un “museo” di interesse pubblico, che l’Antico Caffè Greco non debba nemmeno un giorno rimanere chiuso o chiuso addirittura definitivamente – in questa surrettizia azione di sfratto - e magari e non solo ipoteticamente consegnato al dozzinale epitaffio di un turismo cafone e griffato.

Perché ciò è proprio quello che sta accadendo: oggi Caffè Greco è chiuso. Inspiegabilmente, diremmo, chiuso e non vorremmo che i trecento anni di storia che lo hanno esaltato finissero così in una specie di “cortocircuito” giudiziario la cui vittima è solo e soltanto tutta la cittadinanza di Roma. È inaccettabile poter forse leggere, tra le notizie dei prossimi giorni che il “Caffè Greco”, come l’affittuario reticente di un condominio, sia stato sfrattato.

Chiediamo pertanto al Ministro Giuli, così come abbiamo già chiesto al ministro Sangiuliano, di intervenire con l’autorevolezza del governo della Repubblica e comunque di farsi promotore di risoluzioni tali da garantire il diritto di Caffè Greco a esistere nel panorama della Capitale della quale è un presidio storico vivente e narrante.

Far morire il Caffè Greco sarebbe come bruciare libri o eliminare ogni copia della "Dolce vita" e di ogni copia di altro film di Fellini dedicato a Roma.


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