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UNA FACCIATA DI CITTÀ

Italia Nostra Roma
Sono diversi gli edifici, soprattutto nella Città Storica, che sono stati demoliti e ricostruiti al loro interno lasciando inalterata la facciata
Su questo nuovo rapporto tra interni ed esterni degli edifici vi consigliamo un’interessante riflessione del Consigliere Riccardo D'Aquino
Facciatismo, s. m. È un neologismo che indica, dice la Treccani, un atteggiamento […] di facciata, che si preoccupa solo dell’aspetto esteriore.
Il 15 gennaio 2013 la biblioteca Hertziana ha aperto nuovamente le sue porte dopo le opere di ristrutturazione dell’edificio progettate da Juan Navarro Baldeweg, a seguito di un concorso bandito nel 1995. L’ingresso su via Gregoriana, detto il Mascherone – portale antropomorfo di accesso, un tempo, al giardino di palazzo Zuccari – viene restaurato. L’interno, demolito completamente e ricostruito per le nuove esigenze funzionali della biblioteca: otto livelli complessivi, di cui due interrati che hanno determinato la nuova sistemazione dei resti della villa di Lucullo, ed un pozzo di luce che attraversa tutto l’edificio.
Il problema è che l’intervento contemporaneo ha distrutto l’edificio antico: è stato il primo caso del nuovo millennio a costruire questo (falso) rapporto tra completa sostituzione dello spazio interno e conservazione del prospetto, come se quest’ultimo fosse l’edificio.
In architettura, nella nostra città, si assiste, frequentemente ormai, a questa triste consuetudine edilizia che consiste nel lasciare intatte le facciate di un fabbricato – anche restaurandole, se si tratta di edificio storico – trasformando il suo interno completamente, non solo per via della nuova funzione cui viene destinato ma soprattutto a causa della sostituzione tipologica e della materia originale.
Insomma, demolendo e ricostruendo il suo interno, utilizzando i prospetti verso la città come una pelle indifferente al suo contenuto. Ciò fino alla demolizione delle strutture murarie, sostituite come nel caso di Villa Paolina (Quartiere Nomentano, edificio di primo Novecento, intervento concluso nel 2021) da una nuova ossatura in acciaio, con buona pace di tutele che dovrebbero riguardare gli aspetti tipologici dell’edificio, le tecniche costruttive ed i materiali che attengono tanto al ‘documento’ quanto al ‘monumento’.
Si vuole qui porre l’accento sul fatto che una città - Roma ed il suo centro storico, ad esempio - sia costituita da un certo numero di monumenti che trovano relazioni urbane, tipologiche e confronto tecnologico solo una volta immersi nel tessuto edilizio che li accoglie e che costruisce fisicamente, per così dire, la base culturale oltre che documentale di confronto storico tra la norma di quel settore urbano o di quel centro storico e l’evento speciale costituito dal monumento.
Tanto che, soprattutto nel Bel Paese, i Centri Storici diventano tema di tutela, paesaggi urbani da non alterare, oggetti complessi e complessivi da trattare con cautela, da modificare con senso della misura per adeguarli ai nuovi e moderni criteri di vita ma da non demolire e sostituire. Mai.

La tutela - norma giuridica e principio storico-culturale - non si esercita solo sugli aspetti visivi del paesaggio sia naturale che antropizzato, sulla sola immagine, ma anche sulla sua composizione fisica ovvero su come sono fatti gli elementi che lo costituiscono e sulle regole che ne governano le relazioni e, quindi, l’aspetto. È come se il paesaggio urbano fosse un organismo, un corpo composto da una pelle – che stabilisce le relazioni con gli atri organismi attorno – e da quanto è in essa contenuto: scheletro/struttura, organi/funzioni, materia/muscoli.
Vale a dire, in Architettura, tecniche costruttive, materiali e tipologia.
Accade che, come per una persona che si sottopone ad un intervento di chirurgia plastica anche invasiva, un edificio sia sottoposto ad una trasformazione: per adeguamenti a nuove norme, a nuove esigenze degli utenti o di natura collettiva, della città stessa. Solo che – e qui si conclude l’analogia – nell’organismo umano non è possibile sostituire tutto lasciando intatta solo la pelle. Semplicemente, l’organismo morirebbe.
In un fabbricato si pensa che, proprio per conferire nuova vita – soprattutto nuova vita economica – sia invece possibile assumere quell’atteggiamento facciatista, che lascia il perimetro e cancella l’interno.
Tra gli ultimi progetti realizzati secondo questa logica di sostituzione della materia dell’edificio a meno delle facciate, l’intervento su palazzo Marignoli (2021) che […] ripristina nella sua bellezza il grande Palazzo Marignoli, rendendo omaggio alla ricca storia artistica e culturale della città di Roma e facendone uno dei progetti di restauro più significativi realizzati da Apple. Come a dire, ancora una volta, che il restauro di un palazzo importa solo per la conservazione delle sue facciate mentre gli spazi interni, pur testimoni di una vita passata e di una tipologia legata ad un periodo della storia urbana, non ricevono la stessa attenzione.
Occorre, dunque, riflettere se un paesaggio – urbano o naturale – sia costituito dagli elementi che lo compongono nella sostanza - secondo gli insegnamenti di Cesare Brandi e del grande restauro Italiano - o nella forma - come accade, per esempio, nell’Estremo Oriente, ove si mantiene la Forma rinnovando ciclicamente la materia, perdendo, quindi, tutte le informazioni e suggestioni che solo essa può fornire.

Italia Nostra Roma chiede se l’articolo 9 della nostra Costituzione sia ancora vigente e se la ricorrente azione di demolizione e ricostruzione – sia nei confronti di monumenti che di tessuti urbani – sia accettabile oppure contraria alla tutela. Ci si riferisce a interventi come quello della Rinascente a via del Tritone (2017): tre edifici demoliti subito dietro la facciata stradale che hanno inciso sulla materia architettonica sino al livello archeologico romano - negli spazi interrati sotto i fabbricati - fortunatamente salvato, quest’ultimo, da un virtuoso quanto inevitabile progetto di restauro e divulgazione.
Progetti che evitano un serio e sensibile confronto con l’esistente, con la forma e la materia antica da sacrificare – quasi sempre e quasi del tutto – perché non facilmente adeguabili al nuovo progetto.
Forse è proprio questo il punto più importante: il progetto contemporaneo non parte più dal Luogo - al massimo si tratta di una sorta di dichiarazione d’intenti - o dal possibile confronto tra idee innovative e ciò che la Storia, come analisi ed interpretazione delle vicende culturali e fisiche delle trasformazioni, ci consegna. Il progetto “atterra” in uno spazio - o in un edificio - che deve piegarsi alle nuove necessità o scomparire. Per il bene economico di qualche soggetto privato.
È bene specificare che gli interventi sopra citati, come molti altri, sono pienamente legittimati dalla legislazione vigente e da approvazioni degli Enti preposti al controllo ed alla tutela. Forse occorrerebbe ripartire da lì, dall’esame delle norme di tutela e dalla loro applicazione. E tuttavia, nel restauro, i peccati mortali si fanno non tanto aggiungendo quanto rimuovendo, come insegna sempre C. Brandi.
La facciata no, quella resta a testimoniare la cura e la sensibilità dell’opera realizzata…



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