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COME CAMBIANO LE CITTÀ DOPO LA CRISI SANITARIA: LA LEZIONE DEL PIPISTRELLO. IL CASO ROMA

Italia Nostra Roma
A fronte di questa grande sfida sanitaria, economica e sociale a cui è stato sottoposto il nostro modello di sviluppo, il nostro modo di vivere, l’organizzazione urbana e dell’abitare, si aprono grandi interrogativi per il nostro futuro, ma anche grandi opportunità. Certamente la Sanità dovrà avere cambiamenti sostanziali, perché dovrà attrezzarsi per tali possibili avversità, che potrebbero ripetersi, con strumenti, sistemi e regole specifiche, così come l’economia, che probabilmente sarà meno globale, forse entrerà in crisi il modello delle multinazionali, ma non è il tema specifico su cui vorrei fare alcune riflessioni.

Mi limiterò ai temi del “Green Deal“ collegati alla sostenibilità ambientale, recentemente proposto dal governo, certamente da rivedere profondamente, poiché il modello ha mostrato grandi fragilità per individuare quegli aspetti di innovazione, di creatività che proprio questa crisi mette in maggiore evidenza rispetto ad ieri come assolutamente necessari. Certamente Il tema dell’economia circolare è da considerarsi alla base di ogni ragionamento dei nuovi modelli di sviluppo.
 
Osservazioni e proposte sugli aspetti di ricaduta di questa crisi sul nostro modello insediativo territoriale ed abitativo, sugli spazi di relazione, in particolare quindi riferito ai nostri modelli di città, al rapporto con la natura e la campagna, al modo di fruire dei Luoghi, di fruire dei Beni culturali, di sviluppare aspetti culturali ed identitari del territorio. I problemi ordinari si evidenziano nelle nostre città con più gravità e chiarezza mettendo in evidenza squilibri, disuguaglianze, difficoltà e lanciando una vera sfida per il futuro.
 
La sfida sta nella capacità di innovazioni del nostro modello urbano, dei nostri modelli di fruizione, una sfida necessaria per il nostro benessere, la nostra salute.
 
La lezione dell’equilibrio biologico
La grande sfida del virus ha evidenziato la vulnerabilità del nostro sistema, in particolare delle nostre città, piccole e grandi, un piccolo virus ha bloccato gli ingranaggi della nostra organizzazione urbana e di vita quotidiana. La foresta cinese in cui vive una specie di pipistrello è stata violata dall’uomo, che vive in una megalopoli come Wuhan, di 11 milioni di abitanti, probabilmente per cacciare e vendere un animale vivo al mercato! Le conseguenze le conosciamo ormai a livello mondiale. Quest’elemento certamente grave aiuta però a comprendere, ad essere consapevoli che ci sono aspetti biologici che l’uomo non controlla, e con cui bisogna confrontarsi nel tempo. Si comprende meglio l’importanza di non rompere equilibri naturali (tagliare foreste, ridurre zone umide, compromettere habitat, edificare indiscriminatamente ecc.). Diviene pertanto sempre più rilevante il concetto base dell’equilibrio biologico nelle nostre realtà insediative, la ricerca di un equilibrato rapporto uomo-natura… Il nostro modello si basava su una sorta di dominio totale e di invincibilità dell’uomo con le sue tecnologie, ora dobbiamo consapevolmente imparare a convivere con la natura e le sue sorprese… biologiche che non controlliamo…
 
L’ecosistema città e il suo necessario equilibrio: un pacchetto di misure green
Proprio per questo motivo nelle scelte di struttura delle nostre città, agglomerati urbani e sociali densi, deve aumentare la consapevolezza che è quanto mai necessario puntare ad un equilibrio biologico, evitare per quanto possibile di rompere equilibri biologici della natura e/o semi-naturali. Ragionando in termini eco-sistemici, occorre garantire la qualità biologica proprio nelle città, che costituiscono ecosistemi con relazioni dinamiche. Garantire, quindi, proprio all’interno delle città, equilibrio eco-sistemico, i cicli dell’acqua, dell’aria, del suolo, garantire maggiori servizi eco-sistemici, oggi a maggior ragione deve essere posto alla base del sistema insediativo. E delle relative scelte gestionali. Il potenziamento delle infrastrutture verdi e blu, sia a livello territoriale, che urbano, assume pertanto ancora maggiore importanza per garantire tale equilibrio per la nostra stessa sopravvivenza in area urbana.
 
Roma, per le sue caratteristiche morfologiche, per il suo notevolissimo capitale naturale e per la sua stessa antica struttura di insediamento diffuso, nonché per le pause “storico archeologiche” che si aprono nel suo territorio le grandi aree archeologiche, i grandi parchi storici e naturali ecc.) ha grandi potenzialità per rafforzare le sue infrastrutture vedi e blu, in rapporto con l’ancora vasto contesto paesaggistico del suo Agro. L’importanza di perseguire, quindi, nuovi modelli di insediamento territoriale ed urbano, che evitino lo sviluppo di grandi agglomerati densi (come le megalopoli, tipo Wuhan ad esempio). Le megalopoli sono, infatti, il trionfo del modello consumistico, della densità abitativa in condizioni anche precarie ed il regno della diseguaglianza economica e sociale, senza alcuna considerazione degli equilibri ambientali.
Occorre ripensare il modello di sviluppo urbano perché emerga un nuovo urbanesimo, in grado di riaffermare un inedito genius loci “lo spirito del luogo” che gli antichi riconobbero come quell’opposto con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di insediarsi per adattarsi a convivere. La sfida per l’equilibrio delle nostre città con la natura è nella capacità di innovare le politiche urbane con un pacchetto di misure green, che agiscano su aspetti strutturali, in grado di migliorare la qualità dell’aria, di affrontare il cambiamento climatico, di migliorare le problematiche energetiche, di aumentare la biodiversità.
 
No al condono edilizio, sì alla riduzione di consumo di suolo. Puntare al recupero del costruito ed al restauro dei beni
In tale contesto appare evidente che la vecchia ed assurda cura del Condono edilizio è assolutamente grave e dannosa alla struttura urbana, che ha bisogno invece di equilibrio biologico, di servizi, non di cubature inammissibili che danneggiano la nostra condizione di vita. Risulta invece ancor più evidente la necessità di puntare alla riduzione del consumo di suolo per insediamenti, di limitare lo sprowl urbano, proprio in ragione di questi equilibri, evitando inutili espansioni urbane e densificazioni che vanno a rompere equilibri più o meno naturali (suolo, acqua, foreste, boschi, aree umide, ruscelli, sorgenti, biodiversità, fauna ecc…) e che negano i luoghi identitari. Di conseguenza appare sostanziale il tema del recupero del patrimonio edilizio esistente, sia storico che di edilizia recente, oggi completamente trascurato, sia per le città grandi che per città piccole o per i paesi. In particolare ciò vale per Roma, che dovrebbe puntare a conservare e valorizzare la sua struttura territoriale ancora piuttosto dispersa, nonostante i suoi numeri di abitanti. In particolare a Roma vi sono molte occasioni di recupero o restauro di complessi pubblici e privati che possono essere riutilizzati. Peraltro tali settori potrebbero essere i nuovi campi di attività da finanziare o da sgravare sul piano fiscale nel processo di ripresa economica.
 
Il modello per le città dell’insediamento diffuso, dei quartieri ecologici
Dopo questa crisi si afferma il modello dell’insediamento diffuso nell’organizzazione urbana, dei piccoli quartieri, in contrasto con i quartieri densamente abitati con servizi e spazi verdi di prossimità, ma anche strutturata con spazi verde in continuità, vere reti di connettività ecologiche. Certamente occorrerà garantire una rete infrastrutturale di mobilità pubblica, garanzia di democrazia ed equilibrio della città. Appare oggi evidente che nelle città i quartieri hanno sempre più bisogno di spazi verdi definiti in una rete, di piccoli negozi di vicinato, non di megastrutture alimentari, di servizi.
Roma è la capitale della dispersione urbana, e questo è un elemento positivo da valorizzare dopo questa crisi ancor di più, cogliendo la positività di quest’elemento e rafforzando pertanto una distribuzione equilibrata di servizi e commercio di prossimità.
 
Non ha più senso il modello di quartieri compatti e troppo densi di abitanti, non è gestibile. Si evidenzia in tutta la sua assurdità la teoria della densificazione edilizia in area urbana, perché non più gestibile ed in contrasto con i criteri di riequilibrio ecologico.
 
Spazi aperti, parchi: i nuovi luoghi “possibili” della “socialità diffusa”. Valorizzare i nostri paesaggi.
I parchi, soprattutto quelli molto estesi, la rete del verde continuo, in questa crisi, nella prima fase, hanno dimostrato tutta la loro indispensabilità nella vita di ogni giorno delle persone, sia sul piano fisico che psicologico, che sociale. Hanno dimostrato di essere luoghi della socialità, sostanzialmente fra i più innocui, rispetto alla possibilità di contagio. Hanno gestito flussi di persone che non erano assembramenti, ma che passeggiavano, correvano, andavano in bici, giocavano, godevano del paesaggio, consentendo in modo innocuo e democratica una sorta di nuova possibile “aggregazione sociale” anche se non a stretto contatto fisico. In una seconda fase di misure restrittive è stata negata la fruizione dei parchi, ma è stata una misura dovuta solo alla massima cautela per evitare ogni possibile luogo non strettamente controllabile.
E’ evidente invece che queste aree sono i luoghi futuri più innocui per una socialità diffusa e non pericolosa, sicuramente oltremodo necessari alla nostra quotidianità, i luoghi dei nostri paesaggi identitari in cui le collettività spesso si identificano, in cui si sviluppa senso di appartenenza e si può sviluppare conoscenza e cultura. Inoltre queste aree collaborano fortemente a rafforzare il nostro paesaggio identitario, affermando valori culturali di insediamento molto importanti per la collettività.
Roma è ricchissima di queste occasioni, ville, parchi storici e non, non valorizzati, curati, e conosciuti nei loro aspetti, è possibile pensare ad un rilancio di questi spazi soprattutto nella gestione e nella cura manutentiva, prevedendo opportune modalità controllate di fruizione.

La cultura e i nuovi luoghi possibili: il rilancio della città e dei “musei diffusi sul territorio”
Si può inoltre valutare che a fronte del problema di fruire in modo adeguato dei Beni culturali, quali Musei, Gallerie ecc. e del flusso di turisti, che stenterà a riprendersi, poiché produce concentrazioni di persone con difficoltà di gestione, si potrà guardare con maggiore interesse all’offerta culturale dei cosiddetti “Musei diffusi sul territorio”. Mi riferisco, ad esempio, ai siti archeologici, a contesti e scenari storici dei nostri territori, delle nostre città: piazze, strade, contesti di paesaggio. L’offerta culturale può svilupparsi con la valorizzazione dei “Musei diffusi sul territorio”, spesso in cornici di parchi o spazi urbani molto ampi. Musei spesso trascurati a Roma come in altre città e oggi non sufficientemente valorizzati, conosciuti, fruiti, divengono i possibili nuovi luoghi culturali “innocui” da fruire con una socialità diffusa. Il modello culturale piuttosto consumistico e commerciale dei grandi eventi, andrà rivisto completamente. I Musei diffusi sul territorio opportunamente valorizzati e dotati di personale posso essere un efficace risposta per evitare concentrazioni di visitatori, valorizzare un patrimonio meno noto, ma di analogo interesse culturale. Rilancio di questi musei per una ripresa anche economica del settore. Riscoprire le nostre identità e caratterizzare il nostro mercato interno con azioni volte a favorirne lo scambio commerciale, una forte campagna culturale per la cultura, i musei, la storia, l’ambiente ecc… Il rilancio della nostra economia deve partire dallo Stato che deve farsi primo attore e promotore dei nostri territori e delle nostre realtà locali e non solo riferendosi ai grandi attrattori, ma anche alle stesse città e ai siti di interesse minore, ma che meritano la medesima attenzione… Piuttosto che seguire proposte ignobili di vendita o dare in garanzia il nostro patrimonio, diamo a soggetti “idonei e ITALIANI” la possibilità di promuovere e valorizzare le realtà dei propri luoghi, supportati da una campagna promozionale e internazionale, ma soprattutto martellante, cosi da convincere in primis noi stessi a cogliere l’opportunità di fare il turista nei nostri territori. Pensiamo ad esempio a Roma ai Musei diffusi per eccellenza, al Parco archeologico dell’Appia Antica con i suoi tesori, come Villa dei Quintili, Santa Maria Nova, Villa Settebassi ecc., a parchi storici- archeologici come Tor Tre Teste, ecc. ma anche a Villa Adriana, Villa d’Este, Villa Gregoriana ecc. Basta il Colosseo con milioni di visitatori, per scoprire invece i tesori diffusi sui territori, conoscere paesaggi, insediamenti antichi, fruibili spesso totalmente all’aperto e quindi di più agevole gestione.
 
Certo occorrerà la loro valorizzazione attraverso un piano di rilancio culturale anche occupazionale, soprattutto dotandoli di personale per la loro cura e gestione, utilizzando tutti quei bravi lavoratori specializzati nei beni culturali, oggi precari, senza lavoro, che possono invece potenziare il Mibact per tutte le attività necessarie. Si potranno individuare nuove modalità di bigliettazione, di controllo per questi musei diffusi. Forse in tal modo si potrà affrontare il tema occupazionale di molti precari e sviluppare un'conomia interna.

Conoscere la città: la Sfida culturale delle scuole per il nostro patrimonio
La nuova sfida culturale potrebbe coinvolgere in particolare le scuole di vario grado, prevedendo specifici approfondimenti sui nostri Beni, in particolare le città ed i Musei, come elementi chiave del piano didattico, vi potrebbe essere una sorta di investimento della formazione scolastica, anche in termini economici per sviluppare tale conoscenza culturale diffusa e più approfondita a partire dalla conoscenza della città con la sua storia e dei suoi Musei. Temi culturali, che forse negli ultimi anni si è un po’ tralasciati nelle nostre scuole.

Il ruolo della “rigenerazione urbana” come grande occasione per riorganizzare i nostri insediamenti più critici, per affrontare il tema delle periferie.
Sulla base di quanto suddetto, occorre puntare attraverso processi di rigenerazione all’equilibrio biologico, al modello del verde a rete, connettivo di grande estensione per i quartieri, alla costruzione dei corridoi ecologici, delle infrastrutture verdi e blu. Il paesaggio, costituito appunto dall’interazione fra natura e intervento umano dovrebbe sostanziarsi quale elemento basilare nei processi di rigenerazione urbana di quartieri degradati e/o di aree in abbandono o da bonificare, nei cosiddetti territori della Periferia, delle aree di frangia urbana.
 
Questi aspetti sono molto evidenti in alcuni quartieri ed aree di Roma, che ha ancora molte potenzialità e risorse di capitale naturale e culturale proprio nelle aree della periferia. Basta pensare alle potenzialità di Roma nel settore Est, dove un sistema di parchi storico archeologici attende da anni di essere definito ed attuato a servizio dei quartieri.
I processi di rigenerazione basati su tali elementi divengono l’opportunità fondamentale per organizzare adeguatamente gli spazi dei nostri insediamenti, per definire reti infrastrutturali verdi che hanno anche una potenzialità sociale per correggere squilibri nei quartieri svantaggiati. Il paesaggio urbano identitario a cui molte collettività sono legate diviene un elemento di base per definire l’equilibrio ecologico di questi quartieri, la partecipazione dei cittadini alla definizione del processo di rigenerazione lo strumento necessario ed ineludibile per superare disequilibri e criticità.
 
E’ necessario evitare di equivocare “la rigenerazione urbana” come una sorta di “rinnovo urbano” di tipo essenzialmente edilizio o di mera efficientizzazione energetica, come purtroppo oggi avviene anche in base a norme inadeguate.
 
Il rinnovato ruolo dell’agricoltura urbana e periurbana, produzione e nuova socialità diffusa.
Per le ragioni suddette e per l’affermarsi di una nuova economia, che valorizza la capacità di autosostentamento e l’economia circolare, l’agricoltura urbana può assumere un ruolo molto più significativo, in generale nel paese, ma anche proprio nelle aree urbane e periurbane. Pensiamo anche al ruolo che hanno assunto in questa fase le attività agricole vicine alla città, che hanno servito con i loro prodotti migliaia di cittadini a casa e in sicurezza. Potremmo chiamarla un’agricoltura di prossimità, a km 0, in area urbana, in grado di sostenerci sia per i benefici ecologici, se ben impostata, che per la capacità di sostentamento che può assumere per molti prodotti. Inoltre l’agricoltura multiservizi offre forme di socialità diffuse meno addensate e all’aria aperta, che propongono nuove possibili forme di socialità forse più innocue con offerta di servizi. Il modello utile in questa fase, quindi, può puntare ad utilizzare, ove possibile, nelle aree urbane, le vecchie tenute agricole, i terreni in abbandono per una rinnovata agricoltura, biologica e sostenibile.

Roma, nel suo territorio ha ben 65000 ha di aree agricole in produzione e in attività di pascolo, più o meno stabile, agricoltura che può essere efficacemente valorizzata a partire dalle tenute già pubbliche, puntando a far rivivere il paesaggio storico dell’Agro romano.



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